
P
E R I Ó D I C O O N - L I N E D E
L A E S C U E L A O F I C I A L D E
I D I O M A S D E C A R T A G E N A
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FORSE
ERA UN SOGNO
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Il giorno che arrivai in quella
città, fuggendo dalla disperazione nella quale si era
trasformata la mia vita, mi stabilii in un piccolo albergo
in una via tranquilla e silenziosa. Il primo giorno, stavo
leggendo vicino alla finestra nelle prime ore del pomeriggio,
quando vidi una bambina che giocava col suo cerchio nella
strada deserta, mi colpì il suo abito ed il suo gioco;
non solo giocava ad un gioco molto antico che io avevo soltanto
visto nelle illustrazioni dei libri sulla vita quotidiana
dei primi anni del ventesimo secolo, ma anche il suo abito
concordava con queste illustrazioni. Ricordo di avere pensato
che forse si era mascherata per giocare.
Nei giorni successivi, sempre alla stessa ora, quando la città
intera sonecchiava per effetto del caldo, la bambina correva
facendo ruotare il cerchio, sempre davanti a quell’edificio
che, una volta fu una caserma dell’ esercito e che ora
era vuoto ed abbandonato, arrivava fino alla fine della caserma
e spariva. Io pensavo che forse ritornava attraverso l’interno
degli archi o che forse girava il quartiere e ritornava da
un’altra strada a casa sua, ma non avevo mai visto da
dove usciva. Per me passò ad essere abitudine guardare
verso la finestra quando si avvicinava l’ora.
Più tardi cominciai ad avere curisità per sapere
da dove usciva e dove ritornava, fino che un giorno decisi
di scendere per strada e spiare. Mi situai all’ombra
quasi di fronte alla caserma, alcuni minuti prima del momento
nel quale, normalmente, faceva la sua comparsa ed aspettai
guardando verso la mia sinistra, non la vedevo ed era già
l’ora, ma in quel momento sentii il rumore che faceva
il cerchio girando sulla strada e la vidi davanti a me, lei
non mi guardò, niente la distraeva della sua missione
che sembrava essere mantenere il cherchio girando senza che
cadesse, la seguii così in fretta come potevo, ma arrivando
alla fine del quartiere sparì dalla mia vista.
Quella notte commentai con la padrona dell’ albergo
quello che avevo visto, mi guardò con una faccia incredula
e disse che sicuramente ero addormentata e avevo sognato perché
lei non aveva mai visto nessuna bambina così.
Quello stesso giorno ricevetti una telefonata che riempì
la mia vita di nuove speranze e me ne andai.
La mia vita prese un’ altra direzione, e passati sei
anni dovetti ritornare in quella città per motivi di
lavoro, ricordai la visione della bambina e tornai ad avvicinarmi
a quella via, la caserma era sparita, e al suo posto c’era
un centro commerciale. In una delle vetrine c’era il
cartellone pubblicitario di una esposizione del pittore De
Chirico. Non sapevo niente di questo pittore ma siccome avevo
del tempo libero decisi di andare, e lì, subito vidi
un quadro, era “Malinconia e mistero di una via”,
era lo stesso quadro che per una settimana io avevo visto
vivente un giorno dopo un’altro nel mio soggiorno anteriore,
All’ improvviso una donna mi parlò con un sussurro:
“Quella bambina era mia madre”.
- Sua madre... non può essere.
- Si, era molto vecchia, ma stava bene, però, improvvisamente
il giorno che buttarono giù la caserma disse che non
poteva giocare più e morì. Credo che avesse
perso la testa.
- È possibile che fosse un sogno - dissi io
E con un sorriso me ne andai
Paqui Fernández
Hernández
4º Italiano
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Erano le 12
del mattino…non c’era sole. La sabbia era molto
fredda per essere in estate. Ho preso l’ ombrellone
ma la sabbia era molto dura. Ho preferito cambiarmi nella
cabina. Quando sono arrivata al mio posto non c´eramo
le mie cose (la maschera, il materassimo, l’ ombrellone…).
Non c’ era nessuno. Ho trovato il mio cellulare però
senza batteria. Stanca, mi sono seduta sulla sabbia però,
ancora, era dura e così ho iniziato a scavare. Dopo
mezz’ ora ho trovato una piccola cassa, ma non era poi
cosi piccola… Non potevo crederci… era una tomba!.
L’ ho aperta e dentro c’ era il corpo d’
un uomo in costume da bagno. Era molto strano questo corpo.
Non aveva avuto aggressioni. Dopo io sono voluta uscire però
non trovavo l’ uscita . La spiaggia continuava e continuava.
Avevo caldo…molto caldo… tutto girava…e
ho la voce della mia mamma, chiamandomi. Io gridavo e gridavo.
All’ improviso qualcuno mi ha toccato… era la
mia mamma.
-Majo!!! Svegliati, tranquilla, dai, era solo un sogno…
Mª JOSE MOLANES ZAPLANA
1º Italiano
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STORIA
CON IL CONGIUNTIVO |
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Purché
i nipotini sapessero com’era riuscito a dimagrire, il
nonno si mise a raccontare la verità : la nonna voleva
perdere tanti chili e dopo molti sforzi ne aveva persi soltanto
due. Invece lui, ne aveva persi cinque senza fare niente.
E allora le disse : “ Guarda, cara mia, se
io ti rendessi la vita impossibile come fai tu a me, saresti
dimagrita molto tempo fa. Io ti farò dimagrire.”
Quella notte la portò in un ristorante vegetariano.
Benché lui non soportasse le verdure,
mangiò tutta la notte. Il conto fu salato e la nonna
cadde per terra.
Malgrado non fosse ancora in forma, la portò
a ballare. A lei piacque tanto il ballo che cominciò
a ballare tutti i fine settimana e così dimagrì.
Mª José
Pérez Español
Isabel Rama Nión
4º Italiano
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UNA FAMIGLIA NORMALE
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Diciotto anni fa Maria e Giovanna adottarono
un bambino di 5 anni. In quel momento era appena stata approvata
la legge che permetteva l’adozione alle coppie omosessuali
ed esse furono delle prime a fare uso di questo diritto.
Ora Marco viene a mangiare con la sua fidanzata ed i genitori
di lei, e le due donne preparano una cena per il momento
tanto speciale, mentre parlano.
Maria – Ti ricordi di quando é
venuto?, era così piccolo e così spaventato!
Giovanna – Si, ed ora è mezzo
metro più alto di noi e molto sicuro di sé
stesso.
Maria – E ti ricordi anche di quando
ci dicevano che non sarebbe stato normale, che un bambino
senza padre non poteva crescere bene, che sarebbe dovuto
stare sempre dallo psicologo, pieno di problemi?
Giovanna – Quelle erano storie di
mia sorella, guarda lei, con una famiglia tanto “normale”
e i suoi figli vanno dallo psicologo più di Woddy
Allen. Ma, ricordo anche come ci mettemmo ad imparare a
giocare a calcio per poi poterglielo insegnare ed eravamo
incapaci di dare un calcio al pallone…Quanti sforzi
inutili, visto che dopo non gli è mai piaciuto il
calcio e ha preferito l’atletica.
Maria – È vero, invece tu
quasi diventi una giocatrice professionista… Mi ricordo
ancora del giorno in cui abbiamo giocato i padri contro
le madri quando Marco era alle superiori e hai segnato un
goal alla Ronaldo.
Giovanna – E la confusione che c’è
stata per fare le squadre… Allora erano già
molte le coppie omosessuali e nessuno sapeva in che squadra
mettersi.
Maria – Ed i genitori monoparentali?
Era roba da pazzi, tutti volevano giocare ogni tempo in
una squadra. Non dimenticheró mai il viso di Mario
quando gli dissero che doveva scelgliere una sola squadra
e gridavo: “io sono il padre e la madre di Piero e
voglio giocare nelle due squadre”. Non ci fu nessun’altra
scelta alla fine che quella di creare squadre miste ed i
genitori soli potevano cambiarsi durante la pausa, con la
conseguente confusione perché dopo, molti credevano
che il loro compagno continuava ad essere il loro avversario
ed arrivarono perfino a fare autogoal .
Giovanna – Per fortuna tutto adesso
è normale e più nessuno fa la faccia strana
quando ci vede, né ci critica.
Maria – Se ci fai caso i genitori
di Marta sono simpaticissimi, ci stimano ed amano nostro
figlio.
Giovanna – Si, solo che Marta dovrá sopportare
una doppia suocera!
Paqui Fernández Hernández
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